Le Origini Delle Biotecnologie: L’Età Inconsapevole


E' classificabile come biotecnologia ogni intervento dell’uomo teso a sfruttare peculiarità e caratteristiche intrinseche di un organismo vivente (batteri, lieviti, muffe, alghe, cellule vegetali o animali) o delle sue componenti sub-cellulari (protozoi, enzimi…) per modificare la natura, ottenere prodotti prima inesistenti (nuovi materiali, alimenti o farmaci), migliorare le caratteristiche di piante e animali oppure per sviluppare microrganismi destinati a un impiego specifico (come la tutela dell'ambientale).

In quest’ottica i primi (inconsapevoli) impieghi delle biotecnologie riguardano il settore agroalimentare. Da migliaia di anni, infatti, l’uomo utilizza lieviti per ottenere pane, burro, formaggi, vino, birra. Nel momento in cui una popolazione da nomade diventava sedentaria, dedicandosi all’allevamento e all’agricoltura, si manifestava l’esigenza di migliorare la resa dei campi o la qualità degli animali allevati. Ovviamente venivano utilizzate tecniche empiriche che, pur raffinandosi nei secoli, si basavano sempre su tentativi “grossolani” e poco scientifici. Gli allevatori non sapevano esattamente cosa avrebbero ottenuto incrociando forzatamente due razze (che in natura non si sarebbero mai accoppiate volontariamente). E i contadini, con i loro innesti, provavano a mescolare piante e specie vegetali spesso radicalmente diverse fra loro.

I ricercatori dell’Istituto Max Planck di Colonia, in Germania, hanno trovato nella Mezzaluna fertile (l’area mediorientale, oggi per lo più turca, dove 10-11 mila anni fa è nata l’agricoltura) del frumento selvatico fossile. I semi di questo frumento, opportunamente trattati dai primi agricoltori, hanno dato origine alle diverse varietà coltivate durante l’Età del Bronzo. Si tratta di frumento diploide, cioè con due serie di cromosomi, evidente risultato di una manipolazione ante litteram. Da almeno 10 mila anni dunque l'uomo modifica piante e animali per adeguarli alle sue esigenze.